4. To my roots, it’s been so long

Come doversi addattare ad una penna di cui non riconosci l’inchiostro. La solita solfa dei visi pallidi dopo l’estate – l’estro creativo di ogni cellula nel formarsi corpo e poi pensiero, così semplice, davvero. Ricordo i tempi in cui perdevamo, solo per poterci vincere migliori. La notte che colava sui davanzali, sui muri freddi i solchi scavati con le unghie – un giorno me ne andrò.

Il lascito testamentario di ogni respiro sembra essere quella goccia che sulle pareti si trasforma in covo per muffa. Mi avresti riconosciuto la bellezza che mi spettava, se fossi rimasta tale e quale ad ogni me stessa che sono mai stata? Probabilmente ogni sogno si catapulta prima di apprendere la triste realtà che a saper volare sono solo gli uccelli e gli insetti. Talvolta, anche la polvere.

Avrei dovuto nascondere l’imbarazzo di conoscerti, averei dovuto cercarmi anima e ancora, senza la prismatica sensazione che i riflessi fossero tutti errori di percorso o poco più. Aggiungiamo troppe parole alle poche cose che veramente conosciamo, senza sapere che la verità è solo la bugia in cui crediamo di più.

Mi meraviglio saperti e rifiutarti al contempo. Ho tutte le risposte, oggi. E nessun’altra domanda da porre al mio presente – tu puoi dire lo stesso? Puoi dire di aver raggiunto una tale lucidità mentale su te stesso? Quello che spesso vi dimenticate voialtri, è che il giudizio è solo una scorciatoia scomposta verso il nulla.

Ricorda Fresu, quando puoi. E mandati affanculo da solo, a nome mio.

Non mi sono mai fatta giustizia, perché mi hanno sempre ricordato che a testa basta si è più verosimilmente umili. Solo che se ti abbassavi abbastanza potevi strisciare come un verme e rendere la terra fertile. Per ogni successivo passo.

Mi diverte il calcolo degli anni che vedo nei tuoi occhi, mentre ripeti le parole scritte nel quaderno. Molto più di quello che credi e sì, ci siamo già incontrati – era una storia che scrissi per umiliarmi. Umiliarmi era per me un po’ quello che è per la maggiorparte il bere – un dolore che ne scaccia un altro.

Un sesso immacolato. Pensa se son dalmata, invece. I cani, dico. Comunque, so che te lo chiederai, je suis là. Dall’ogni dove ed in ogni parte del nulla. E’ così che puoi trovarmi per discuterne gli ultimi dettagli.

Continui a non capire? C’è chi scarabocchia.

Io scarascrivo.

3.

Mia madre mi diede un nome di tre lettere. Quanti ne ho portati in realtà? In questa realtà, dico. soleesale, enneleyn, pobesnelazarja, pettywords, airelle, a. Solo alcuni di quelli che hanno fatto più storia. O meno scalpore di ciò che ero. Cos’ero? Una ragazzina curiosa del mondo, una a cui il suo mondo non sarebbe mai bastato. Non potevano bastarmi le persone che mi circondavano, non potevano. Credo di aver risolto il mistero solo poco tempo fa. Non mi reputo particolarmente intelligente, quella è una dote che è spettata a quelli venuti dopo di me, io ho solo un cervello estremamente veloce. Ho sempre avuto difficoltà a seguirlo, la stessa difficoltà che provo ora nel mettere per iscritto i miei pensieri – che poi, è l’unico modo che ho di mettere un po’ d’ordine in tutto questo caos. E’ un po’ come essere un programma intrappolato in un computer con un processore scarso. Tu lo carichi, ma lui non si carica. Tu pensi, ma il pensiero non riesce a prendere una forma nel mondo della dimensione. Ed intrappolare pensieri in parole è un modo per dare a loro una dimensione. Che, continua a non essere reale, ma perlomeno ha qualcosa di fisico, una forma che, pur non essendo la sua propria, gli permette di coesistere. E’ un gioco, il nome. E’ dare una forma ad una dimensione che ancora non sa di esistere. Tu le dai un nome e puoi scriverne la storia.

Ogni cosa porta un nome, ciò che non porta un nome è perduto per sempre. Che poi uno lo scriva con la minuscola, è una scelta. Le grandi cose iniziano sempre con il tassello più piccolo. Il passo è sempre la prima parte di un cammino. La lettera, lo scheletro della parola.

Notte fonda, ora come allora. Nulla è cambiato, eppure non è mai stato lo stesso. Mi diverte come le dita possano scorrere sulla tastiera, cieche. E’ il grande passo che ho fatto tanti anni fa, quando le lasciai scorrere sulla prima tastiera in mio possesso. E’ un collegamento, tra qualche sinapsi del mio cervello che cerca di riflettersi sulla realtà degli altri ed un riflesso che vedo nello specchio. Non per modificarla, non per ostacolarla. A dire il vero, per nulla. Lo fa, e basta. Le dita scorrono, il pensiero slitta lungo le braccia dentro uno schermo, il mondo è fermo ed immobile – eppure no.

So già che questi scritti mi appariranno così estranei tra qualche ora, ricordi? non rileggo mai ciò che scrivo. Perché no? Perché non scrivo io, tutto qui. Non ho mai scritto una sola parola di tutto ciò che ho scritto. Sembrerebbe follia, eppure è una mente lucida che può dirlo. Altrimenti non si dichiarerebbe tale.

Anche questo mi diverte.

Ti auguro dolci sogni, ovunque tu sia.

2.

Salvini è alla seconda edizione del suo like e vinci. È un po’ come vedere il padre del tuo grande amore delle elementari e leggergli in faccia il dispiacere paterno per le scelte del figlio, mentre ti lascia il numero di telefono che non farai mai. Twitter si è riempito di buongiorno che è probabilmente la bugia più innocua che continuiamo a raccontarci. Mi hanno inviato ad un ritiro spirituale delle cinque erre in cui mi promettono di ritrovarmi alla modica cifra di 1349 euro. Temo sappiano benissimo quanto devo stressarmi per guadagnarli. La plastica è il nuovo diavolo, perché è facile attribuire la colpa ad un paio di polimeri che non guardarsi in faccia la mattina ed ammettere che siamo dei coglioni.

1.

Da qualche parte bisognerà pur iniziare. Il problema è quando hai iniziato tanti anni fa, ti sei fermata di colpo. Come con ogni cosa del resto. “Ma io non so scrivere!” Certo che lo sai fare. Hai imparato per prima, ricordi? Eri la più piccola della classe, eppure le lettere scorrevano. Magari insicure, magari pronunciate male. Ma non hanno mai smesso di scorrerti dentro. Di correre, su quel binario parallelo alla tua vita, creando immagini su immagini.

Potresti anche dirmi che cosa ti ha fermata. Lo sai? No, non lo sai. Ma è sempre tempo per rincominciare a dirsi le cose, ad alta voce. Uno schermo è dire una cosa ad alta voce? Forse. Con tutti quei visi che giornalmente vi si appiccicano. Il mondo è cambiato, non è più una frase ad effetto. Se ti guardi bene intorno, il mondo di Philip K. Dick è meno surreale.

Verrebbe voglia di nascondersi sotto le coperte, come da bambina, quando credevi che sotto al letto ci fosse una tigre dai denti a sciabola e sull’armadio un drago a due teste. Oggi ne ridi, perché il mondo là fuori è decisamente più spaventoso. E’ arrogante, presuntuoso. E’ un mondo a cui sai di appartenere solo perché ne condividi il tempo presente, ma è un mondo in cui non avresti mai scelto di essere, se solo ci fosse stata la possibilità di scegliere. C’è poco di umano in questo mondo, eppure c’è ancora qualcosa che cerca di respirare umanità. E tu sai che non ti puoi arrendere al mero guardarti intorno, devi interpretarlo, tradurlo in qualcosa che nel tuo respiro abbia un senso, altrimenti ti senti perduta. Probabilmente, un po’ ti sei perduta per strada, qualche briciola di te rimane tra i ciottoli delle tante vie e strade che hai percorso. Sicuramente quei ciottoli rimangono nelle tue scarpe, ogni tanto li ritrovi sul cammino a farti dannare. Ma, se alzi la testa, il cielo è sempre quello.

E allora, ancora una volta, tutto inizia dalla lettera A.