5.

Preludio

Disegno di bambina incatenata

Cinque. Cinque anni. Ci ho messo cinque anni a rispondermi alla domanda. Eppure me lo sono chiesta ogni giorno – ha senso? Avrebbe un senso scriverla? Metterla là fuori sotto gli occhi di chiunque, in pasto al GIUDIZIO di tutti?

Solo dopo che ieri, una persona a me cara è stata volgarmente aggredita da uno qualsiasi su un social network e lo stesso social, alla segnalazione del commento, ha risposto che questo non violava le regole della community e che non era considerato denigrazione della persona – mi sono risposta che sì, ha senso.

Ha senso per tutte le volte che non ne ho avuto il coraggio allora. Ha senso per tutte le volte che la paura del giudizio altrui era più forte della paura dei colpi e delle urla. Ha senso per tutte le volte che il giudizio altrui non è stato sufficiente a difendermi. Ha senso per le volte in cui il giudizio altrui è venuto meno, quando ho chiesto aiuto e quando non ero in grado di chiederne. Ha senso per tutti i giudizi che hanno visto solo la maschera, ma non ciò che nascondeva. Né la mia, né tanto meno la sua.

Perché vogliamo vedere solo ciò che riusciamo a gestire. Ciò che non sbilancia il nostro quotidiano, l’equilibrio fragile delle nostre convinzioni e delle nostre azioni. Ed è così difficile uscire da sé stessi, no? Ricordatevene, qualora voleste esprimere un giudizio su ciò che leggerete qui.

È importante, ricordare.

È importante il senso di quello che scriverò, perché stiamo perdendo il giudizio su ciò che è la violenza. E questa, è una storia di straordinaria violenza.

Ed infine, ha senso perché potresti leggerla tu, che come me allora, stai cercando in silenzio, disperatamente, un appiglio, una mano, una voce – la TUA voce, qualsiasi cosa, per uscirne.