Facciamo pace con noi stesse

Bentornato.

Mi perdonerai se dedicherò una serie di post ad una categoria specifica – le rimaste a casa. Perché succede più spesso di quello che si vorrebbe ed è una delle situazioni più difficili da gestire in quanto ormai il valore di una persona si misura in base alla sua produttività, al pari di una fabbrica. Non succede solo alle donne, ma credo che il nostro modo di reagire sia molto più distruttivo – orgoglio e rassegnazione non fanno mai parte di questo processo, cosa che invece negli uomini ho visto spesso accadere. Ma puoi sempre correggermi se sbaglio.

rimaste a casa, veniamo a noi

Dunque, sei rimasta a casa – hai perso il lavoro, non lo hai ancora trovato dopo gli studi, ti sei appena trasferita, sei rimasta a casa con i tuoi figli, sei stata costretta a farlo per malattia tua o di chi ti è vicino, * inserisci il tuo motivo*…

fattore S

In primo luogo, voglio ricordarti che il motivo per cui sei rimasta a casa, non può e non deve essere la scusa per ciò che hai fatto dopo. Ti spiego, probabilmente la tua scelta/obbligo/necessità di rimanere in casa è stata inevitabile e di certo si è portata dietro conseguenze altrettanto inevitabili, ma non tutte. Il fatto che passi la giornata in pigiama tutta scompigliata, ecco, quello è una tua scelta. Non dipende affatto dallo stare in casa: puoi stare in casa anche in babydoll, in tuta da sci o in costume da bagno – chi te lo vieta? E non ci crederai, puoi anche non stare in casa.

Questo post (e quelli che ne seguiranno) suoneranno forse un po’ rudi agli occhi di quelle più sensibili, ma la verità è che li scriverò con un sorriso che dedico a tutte voi. Non sono cattiva, ma non si arriva da nessuna parte a furia di compiangersi e autocommiserarsi a vicenda.  Non prendere le mie parole come una ramanzina, non lo sono. Né in queste parole c’è nulla di personale diretto a te e al tuo modo di vivere la tua vita. Ma ho deciso di mettere tutte – e dico tutte – le carte in tavola. Perché per un cambiamento, innanzitutto bisogna essere oneste con sé stesse e vedere le cose per quello che sono.

Inutile affidarsi al fattore S – che non ha nulla a che fare con quello degli 883. Parlo delle scuse. E noi donne siamo maestre indiscusse nell’arte della scusa. Ne abbiamo una per ogni cosa – a volte per mascherare il senso di inadeguatezza che ci è tanto naturale, e a volte, per risparmio energetico.

Perché sì, reagire allo status quo ed imbarcarsi sulla via del cambiamento, non solo richiede energia, ma ne richiede tanta. Perché ci vuole forza per fronteggiare la paura di sbagliare, ci vuole coraggio per ammettere a sé stesse di aver perpetuato in una situazione sbagliata, ci vuole volontà per alzarsi la mattina appena suona la sveglia se non devi correre da nessuna parte.

i falsi dei e la religione del social network

Per non parlare di quanto siamo brave con le ancore del “ciò che poteva essere”, per catapultarci nella malinconia del “magari potessi come loro”, dove loro sono completi sconosciuti di vario grado di successo, scovati nelle innumerevoli sessioni di improduttive ricerche online.

Vogliamo ammettere che se avessimo impiegato le energie, i pensieri e il tempo devoluto in beneficenza al successo di altri (sì, parlo dei like, dei commenti o dei semplici caricamenti di pagina, perché senza di questi loro non fatturano e non hanno successo, sia ben chiaro) avremmo probabilmente un’impresa tutta nostra? Non dico che le due cose non possano andare a braccetto, o che il social networking sia il male – ma va dosato con cautela e va filtrato nella misura in cui è utile alla nostra vita e non mero spreco di tempo.

Se ne parlo in questo modo (e sembro anche ipocrita, visto che ne faccio largo uso anche e soprattutto per parlare con te), è perché ci sono cascata. Più di una volta. Troppe volte. Ho passato giorni e notti intere sui social network facendo scroll sulle pagine. E interi no, non è un modo di dire, è avere gli occhi infiammati e il polso dolorante per l’uso del pc, del tablet, del cellulare. E’ perdere il contatto con la realtà e dire “Quando torno a casa”, quando sei a casa. Allora capisci che qualcosa non torna. Capisci che ti stai perdendo una marea di opportunità, vivendo in un mondo che non esiste. E quando lo capisci non è che fai spallucce e vai avanti per la tua strada, ma ti crolla il mondo addosso.

Perché la realtà virtuale crea dipendenza. E’ più i tuoi problemi ti sembreranno insormontabili più attingerai a questo mondo inesistente. Perché nel virtuale puoi essere chiunque, puoi scegliere l’immagine che il mondo avrà di te (o così credi). E non si tratta di profili falsi o troll, basti pensare al fatto che ci facciamo 50 selfie per sceglierne uno che comunque modificheremo con almeno qualche filtro. Un tempo noi donne ci lamentavamo della distorsione della realtà che ci proponevano i cartelloni pubblicitari – ma noi cosa stiamo facendo se non distorcendo la realtà che non ci piace? O che non è abbastanza? Non siamo noi stesse a nasconderci i nostri difetti con l’inganno, inganno nel quale finiamo per credere?

Ho dedicato molte righe al virtuale e alle scuse in questa introduzione e probabilmente non ho finito. Ma a mio avviso sono le due cose che hanno gli effetti più devastanti su chi si ritrova in casa senza “nulla” da fare. E come se non bastasse, sono spesso correlate. Ma c’è così tanto da fare, e voglio dimostrartelo.

pensaci

Ti ritrovi tutto ad un tratto con 24 ore su 24 a tua disposizione e per chi ami, e tu che fai? Social e scuse? Pensaci bene perché giuro, nel momento in cui qualcosa si smuoverà dentro di te al solo pensiero, un brivido di terrore misto schifo che ti attraverserà la schiena, è fatta. Sarai a metà strada. E non scherzo – è così semplice. Però mi tocca citare Mel Robbins in uno dei suoi discorsi migliori – è semplice, ma non ho detto che sia facile.

ma poiché oggi è la giornata mondiale della pace, facciamo pace con noi stesse – vuoi?

Ho deciso, incoraggiata dai membri del gruppo Facebook (grazie ragazze <3), di preparare una serie di post sul come me la sono cavata io, a stare a casa. Perché ho imparato a non usare più scuse di ogni genere per farmi male – che è quello che facciamo quando rinunciamo a vivere la nostra vita.

Non posso prometterti miracoli, non sono qui per questo. Ma spero di poter ispirare in te quella scintilla, che ti faccia imboccare la tua strada giusta.

Alla prossima, abbi cura di te.

Ana


N.B.: Io non sono un medico e non ho nessuna qualifica in merito, e  dunque questa serie di post vuole essere una mia personale esperienza condivisa con il lettore – qualora i tuoi stati emotivi dovuti alla permanenza prolungata in ambito domestico dovessero essere di carattere autolesionistico, dovessero causarti seri problemi relazionali o con te stesso, consulta uno specialista. Ci sono situazioni nella vita che non possiamo affrontare da soli e ammettere di avere bisogno di una mano, non è una sconfitta. Ma una prima vittoria. Quindi non esitare ed intervieni subito, non sprecare la cosa più preziosa che hai, la tua vita.

 

 

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