Capsule e Giappone: Kanban, Kaizen e Seiri

Bentornato, ritorniamo a parlare di capsule wardrobe.

Lo so che il titolo ti suona incomprensibile, e ancora più incredibile suonerà il fatto che i termini li ho presi dal metodo Toyota Production System. Cosa hanno in comune un sistema di lean production (“produzione snella”) e un sistema di organizzazione dell’armadio? Niente, a prima vista. E se dovessi chiederti da quale cappello io tiri fuori certi conigli, ti dirò che è l’esperienza da babysitter. Ma su questo non mi dilungherò, né mi addentrerò nei meandri di questo sistema – ti invito però a farlo, se guardato al di fuori dei suoi schemi funzionali, è applicabile a tantissimi settori (e lo è già nel lean thinking, ma di questo magari un’altra volta).

 

kanban

Il kanban nella produzione snella, non è altro che un tabellone per programmare e monitorare il processo produttivo. Un ottimo articolo su come poterlo strutturare (ed utilizzare nel quotidiano) è stato scritto da Chiara Battaglioni in questo ottimo post su C+B.  Come ti avevo anticipato nel post precedente, dal mio punto di vista, fare una capsule wardrobe è fare prima di tutto un piano, anche se questo non esclude un processo creativo.

Come ho sfruttato il kanban per il mio progetto? Ho preparato un foglio nel quale ho inserito tutte le voci che ritenevo necessarie per la creazione del mio capsule wardrobe (te ne parlerò prossimamente) e diviso il mio tabellone in cinque: idea, fattibile, inizio, work in progress, fatto. Il fatto che ci sia anche la voce fattibile, è per me importante. Ci sono idee che posso avere, ma che con le mie disponibilità economiche al momento non sono ancora fattibili, oppure semplicemente, il mio attuale armadio non corrisponde a determinate esigenze. Il fatto che ci sia la colonna idea, prima di fattibile, mi spinge a cercare una soluzione. Perché l’idea è quello che vuoi. E se veramente lo vuoi, farai di tutto per renderlo possibile.

Nota: non uso i post it, ma depenno e sposto la voce. Non amo lo spreco di carta.

 

kaizen

Di nuovo, nella produttività, il keizen rappresenta il miglioramento costante dei processi produttivi e si prefigge di evitare gli sprechi.

Questo principio l’ho applicato soprattutto nella rivalutazione del contenuto dell’armadio, cioè di ciò che era già in mio possesso. Ed ho imparato a saltare un punto che molto spesso viene consigliato quando si fa il declutter dell’armadio – e di cui ti ho parlato anche qui – le cose che prevedono il ripensamento. Ho completamente scartato questa possibilità: le due uniche opzioni sono il vestito resta – il vestito esce dalla mia vita. Questo mi costringe a prendere decisioni e decidere quando sono disposta a prenderne, o quando semplicemente non è giornata, ad orientarmi verso altro. Essere più severa in quest’ottica, mi risparmia le solite moine, mi risparmia un passaggio e mi permette di concludere ogni passo del mio piano nel tempo che mi sono stabilita. Inoltre, evita lo spreco di risorse, perché mi focalizzo su come massimizzare ciò che possiedo – senza dover poi ricorrere ad ulteriori acquisti.

 

seiri

Questo termine, usato insieme ad altri 4, fa parte di ciò che il settore chiama anche il metodo 5S, che è un metodo per organizzare lo spazio di lavoro –  sostanzialmente renderlo efficiente all’attività a cui ci si sta dedicando. Seiri è la prima delle cinque S e si traduce come separare, classificare. Immaginerai come venga inteso per uno spazio di lavoro. E per l’armadio? Separare il vestiario per categoria e lavorare solo con una alla volta, scegliere solo gli accessori di arredamento necessari (non servono venti grucce se uno ha solo due camicie, no?) e definire da subito gli spazi.

 

Come puoi notare, la lean production e la capsule wardrobe non sono poi mondi così alieni, soprattutto se guardi in prospettiva di ciò che vuoi ottenere con il risultato: l’efficienza e la qualità con il minor spreco possibile di risorse.

 

budget

E a proposito di risorse, come avevo invitato chi segue anche la mia pagina su Facebook a riflettere, invito anche te. Creando una capsule, si limita il numero di capi che si possiedono e se questi non saranno di una certa qualità, finiranno per logorarsi facilmente, vista una maggiore frequenza d’uso. Per questo è necessaria una maggiore qualità, ma questo comporta dei costi maggiori. “Ma io un maglione da 200 euro non me lo posso permettere.”

Nemmeno io, ma te l’ho detto, ho un piano. Intanto, ho definito quanto sono disposta ad investire in ogni singola categoria – valutando anche quale tipo di usura possano avere i capi (è molto più probabile che i calzini si consumino prima di una giacca a vento, o una maglietta casual prima di un abito da sera) e non solo, anche per il singolo pezzo. Ognuno di noi predilige un tipo di vestiario – magari tu vuoi l’intimo di classe, qualcun altro lo preferirà in semplice cotone.

 

La mia cifra non è affatto modica. Anche un po’ per le scelte che faccio – non solo vorrei investire in qualità, ma magari anche nell’artigianato e nella produzione sostenibile (quindi, anche se relativamente, il costo dell’investimento è ancora maggiore rispetto alle catene di grande distribuzione). In tutta onestà, quando ho messo tutto su carta, mi sono chiesta se non stessi volando troppo in alto. Ma la mia risposta è no. Il progetto è a lungo termine, e vorrei investire in capi che durino qualche anno – ma soprattutto, non devo cambiare tutto il contenuto dell’armadio che possiedo subito. Quindi ho il tempo di farmi un piano di risparmio mirato.

Fai due conti. Un euro al giorno sono 365 euro in un anno; due euro al giorno sono 730 euro in un anno – direi che queste sono già cifre decenti e soprattutto, non pesano sul resto del bilancio (o possono aiutarti magari in momenti di necessità, e pazienza se la capsule dovrà aspettare).

Per questa volta direi che può bastare – la prossima volta parleremo di stile e scelte, se vorrai tornare a farmi compagnia.

 

Abbi cura di te,

Ana

 

 

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