Capsule wardrobe – il guardaroba spaziale

Perdonerai se nelle scorse settimane mi sono dedicata alle rimaste a casa, ma avevo bisogno di studiare la direzione in cui questo blog sta andando. Ne parlo spesso nel gruppo, il mio modo di vedere l’ordine esce un po’ dai canoni consolidati. Un po’ tanto. Ma è la mia strada, ed è meglio essere onesti con sé stessi che cercare di apparire ciò che non si è.

 

come da titolo, il guardaroba in capsula

Molte volte mi sono chiesta che cosa intendessero le grandi case di moda, parlando di capsule – immaginando ovviamente la capsula spaziale- e da che cosa derivasse. Così mi sono messa alla ricerca, e devo dire che per la grande quantità di proposte e idee in merito che sono uscite nell’ultimo decennio con l’avvento dei fashion blogger, scovarne le origini è stato divertente (e ho tirato un gran sospiro di sollievo, perché il concetto da cui si parte, è un po’ quello che immagino io per me stessa).

 

un’accenno alla storia della capsule wardrobe*

Nel 1973, Susie Faux aprì il suo primo negozio nella West End londinese, la Wardrobe Ltd. L’obiettivo della Faux è un negozio che permetta alla donna di trovare tutto ciò che serve per un total look sotto un unico tetto, oltre a introdurre designer di talento ancora sconosciuti al mercato inglese. Ma non solo, ciò che per lei è importante è che attraverso l’abbigliamento giusto, la donna, guadagni anche in confidenza ed autostima. Per le sue idee e il suo modo di lavorare è stata la pioniera nella figura di Personal Shopper Stylist e del concetto di Capsule Wardrobe. Secondo la Faux, i principi della capsule wardrobe sono i seguenti:

 

  • la qualità prima della quantità
  • il less is more (significa “meno è di più”, ma in questo caso preferisco un “meno è meglio”, credo renda l’idea)
  • sentirsi a proprio agio con il contenuto del proprio guardaroba, in qualunque la situazione

 

Quindi, in sostanza, cos’è una capsule wardrobe? Un guardaroba composto da pezzi di buona qualità, abbinabili fra di loro e che ci fanno stare bene con noi stessi. Perfetto, direi.

 

evoluzione e capitomboli della capsule

Se le case di moda e non solo, hanno sfruttato questo concetto per definire collezioni di pochi pezzi che sono facilmente abbinabili e interscambiabili tra di loro (ma quante di noi si possono permettere una capsule di alta moda?), il mondo del web ci ha regalato una marea di soluzioni, spesso correlate dall’idea di declutter e di cambio stagione. Dal Five Pieces French Wardrobe, al 10×10 project, al Project 333 , insomma, ognuno dice la sua sull’argomento. Ed io dirò la mia.

Quello che secondo me questi metodi non affrontano a monte, sono la psicologia del marketing e quella degli acquisti. Intanto, la realtà è cambiata parecchio – io ricordo ancora benissimo il fatto che mia madre mi facesse tenere ben separati gli abiti che usavo per la scuola da quelli che erano per il gioco.  Anche la cura per l’abbigliamento era maggiore e di conseguenza sprecavamo molto meno. Gli abiti avevano un costo e per questo, un valore.

Oggi, l’accessibilissima fast fashion ci regala una lama a doppio taglio: da un lato, il fatto di poter cambiare stile e guardaroba innumerevoli volte e poter possedere armadi strapieni; dall’altro, questi abiti non durano molto oltre la singola stagione e siamo costretti a cambiarli in continuazione. E se anche non sono psicologa il gioco è chiaro: alimentare la necessità di possedere (con prezzi accessibili e collezioni accattivanti) e l’urgenza di cambiare (nessuno vuole mettere vestiti logori ed ogni stagione è completamente diversa da quella precedente).

No, il mercato non fa nessunissimo conto dei nostri veri bisogni, ma è superlativo nel farci credere di averne (e nel crearne) sempre nuovi. E con l’idea di risparmiare perché compriamo a poco prezzo, in realtà sperperiamo un patrimonio (e potrei tirare in ballo qualche argomento come ecologia, sostenibilità e diritti umani, ma non è questo il momento).

 

tutto questo è oltremodo frustrante

E come se non bastasse, nemmeno le case di moda che un tempo erano considerate pilastri della qualità si sono sottratte a questo. I materiali sono decisamente più scadenti e acquistare vestiario di buon materiale e altrettanta buona fattura, è un problema. Perché bisogna fare una ricerca mirata e consapevole. Per non parlare del costo (che è onesto, ma solitamente non proporzionato ai guadagni che possiamo avere).

E allora la capsule ha senso? A mio parere, sì. Perché oltre a ridarci il senso della misura e quella libertà che l’urgenza di possedere ci ha tolto, è un atto cosciente verso sé stessi. E la coscienza e conoscenza di sé stessi sono sicuramente i primi passi da fare per volersi bene. Ma, ci metto un ma. La soluzione non sta nel diminuire drasticamente il contenuto del proprio armadio a pochi pezzi e voilà, il mondo cambia colore. No. Come ogni altra cosa che abbia effetti a lungo termine, deve essere un processo.

Per cui io sono contraria al tuffarsi in un progetto del genere senza un minimo piano o un po’ di studio. E lo so che ti farà sorridere, ma io ho preso in prestito un modello di pianificazione da tutt’altro campo – l’automobilistica. Per essere più precisa, il Toyota Production System.

Però di questo ti parlerò nel prossimo post, nel mentre puoi dare un’occhiata e farti un’idea personale di come vorresti la tua capsule wardrobe ideale su questa bacheca,  dove ho salvato un po’ di idee o, in prospettiva del Black Friday, puoi rileggerti il post di Krizia , per non farti sorprendere da eventuale frenesia d’acquisto, anche per quel che riguarda il tuo vestiario.

 

Fino alla prossima, abbi cura di te.

Ana

 

 

* (fonti consultate e parzialmente tradotte per l’occasione: WardrobeConfidence Tricks )

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